Sharing economy: davvero sostenibile
    Consumo
    6 min di lettura8 marzo 2026

    Sharing economy: davvero sostenibile

    La sharing economy, o economia della condivisione, promette un futuro più efficiente, meno sprecone e, in definitiva, più sostenibile. L'idea è allettante: invece di possedere beni e servizi che usiam...

    Gian Luca Rannodi Gian Luca Ranno
    #consumi#moda#economia

    La sharing economy, o economia della condivisione, promette un futuro più efficiente, meno sprecone e, in definitiva, più sostenibile. L'idea è allettante: invece di possedere beni e servizi che usiamo solo occasionalmente, possiamo condividerli, riducendo la necessità di nuova produzione e massimizzando l'utilizzo delle risorse esistenti. Ma è davvero così semplice? O dietro la facciata di un'economia virtuosa si celano insidie e paradossi che ne minano la presunta sostenibilità?

    Il "paradosso dell'auto condivisa": Quando meno possesso non significa meno impatto

    Pensiamo all'esempio più paradigmatico: il car sharing. Un cittadino medio in Europa possiede un'auto che resta parcheggiata per circa il 95% del tempo. Logico pensare che condividere un'auto con altri ridurrebbe il numero complessivo di veicoli in circolazione, il traffico e le emissioni. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters (2020) ha stimato che ogni auto in car sharing potrebbe sostituirne da 7 a 11 private, riducendo le emissioni di CO2 del 12-16%. Sembra un successo.

    Tuttavia, la realtà è più complessa. Diverse ricerche, tra cui una dell'Università della California, Davis (2018), hanno evidenziato un "effetto rimbalzo" (rebound effect). Spesso, l'accesso facile al car sharing incoraggia chi prima usava il trasporto pubblico o andava a piedi/in bicicletta a optare per l'auto, aumentando le distanze percorse e, di conseguenza, le emissioni totali. In alcune città, come Toronto, è stato osservato che la disponibilità di car sharing può persino portare ad un aumento dell'uso dell'auto, in particolare per spostamenti che prima non sarebbero avvenuti. Questo sottolinea come l'efficienza nell'uso delle risorse non si traduca automaticamente in sostenibilità se non accompagnata da un cambiamento comportamentale più ampio.

    L'impronta nascosta della logistica: Quando la condivisione genera più movimento

    La sharing economy non è solo car B2C come Uber o Airbnb. Include anche la logistica "last mile" e la consegna a domicilio, spinta da piattaforme che promettono di massimizzare l'efficienza dei corrieri. Tuttavia, la richiesta di consegne rapide e frazionate per ogni singolo ordine ha riempito le nostre città di furgoni, spesso non ottimizzati per la capacità e che percorrono tragitti più brevi e frequenti. Uno studio del MIT (2019) ha rivelato che l'e-commerce, malgrado l'efficienza dei grandi magazzini, può portare a un aumento delle emissioni di CO2 per il trasporto rispetto allo shopping tradizionale, soprattutto se le consegne "door-to-door" non sono consolidate. Il paradosso è che, mentre la condivisione delle merci (pensiamo ai centri di smistamento) dovrebbe ottimizzare, la richiesta immediata della consegna individualizzata genera un traffico veicolare notevole.

    E non dimentichiamo il packaging. Ogni articolo "condiviso" o consegnato richiede un imballaggio, spesso monouso. L'espansione dei servizi di consegna ha generato un'ondata di plastica e cartone usa e getta, la cui gestione rappresenta una sfida ambientale non indifferente per le municipalità globali.

    Dal degrado dei beni all'obsolescenza accelerata

    La natura stessa della sharing economy, dove i beni sono usati da più persone, può portare a un'usura più rapida. Questo è particolarmente evidente in settori come lo scooter sharing o il bike sharing, dove i mezzi sono spesso maltrattati. Un'indagine del 2021 dell'European Cyclists' Federation ha mostrato come in molte città europee, la vita media di una bicicletta in sharing sia significativamente inferiore a quella di una bicicletta privata, spesso a causa di atti vandalici o semplice incuria. Questo significa che i mezzi devono essere sostituiti più frequentemente, annullando parte dei benefici ambientali derivanti dal fatto che un singolo mezzo è utilizzato da più persone. La produzione di nuovi mezzi, infatti, ha una sua impronta ecologica notevole, dalla miniera alla fabbrica.

    La geopolitica dei materiali e la supply chain digitale

    Quando parliamo di sostenibilità, è cruciale considerare l'intera filiera produttiva. Le batterie al litio degli e-scooter e delle auto elettriche condivise dipendono da materie prime estratte in contesti socialmente e ambientalmente complessi, come il Congo per il cobalto. La crescente domanda globale per questi materiali, alimentata anche dalla transizione ecologica e dalla sharing economy, genera tensioni geopolitiche, inquinamento e potenziali violazioni dei diritti umani lungo la supply chain. La "condivisione" di un veicolo elettrico in una città occidentale si collega a una rete globale di estrazione e produzione che spesso è tutt'altro che sostenibile.

    Airbnb: Gentrificazione e impatto sui consumi locali

    Airbnb, l'icona della sharing economy degli alloggi, è sotto la lente di ingrandimento non solo per la gentrificazione e l'impatto sui mercati immobiliari urbani, ma anche per i suoi effetti sulla sostenibilità. Mentre l'idea iniziale era di affittare stanze extra, molte proprietà sono diventate veri e propri affitti a breve termine professionali, sottraendo alloggi al mercato locale. Uno studio del 2017 del Center for Responsible Travel (CREST) ha evidenziato come l'espansione di Airbnb in destinazioni turistiche chiave possa aumentare i prezzi dei beni e servizi locali, spingendo i residenti con redditi più bassi verso la periferia e aumentando le distanze percorse per il lavoro o la scuola. Inoltre, i turisti tendono a consumare di più rispetto ai residenti e l'aumento dell'afflusso turistico porta a un maggiore consumo di energia, acqua e produzione di rifiuti, esercitando pressione su infrastrutture già fragili.

    Soluzioni e azioni concrete: Oltre il semplice "condividere"

    La risposta non è demonizzare la sharing economy, ma approcciarla con senso critico e strategie mirate.

    1. Regolamentazione intelligente: I governi devono implementare politiche che limitino gli effetti negativi. Ad esempio, quote massime per affitti a breve termine, incentivi per veicoli a basse emissioni nel car sharing e promozione dell'intermodalità. Amsterdam e Berlino hanno già stretto le maglie su Airbnb, mentre Parigi ha vietato il free-floating scooter sharing per problemi di disordine e sostenibilità.
    2. Educazione e consapevolezza: I consumatori devono essere informati sull'impronta reale dei loro consumi. Promuovere l'uso consapevole dei servizi di sharing, prediligendo mezzi pubblici o attivi quando possibile, è fondamentale.
    3. Progettazione per la durabilità: Le aziende della sharing economy dovrebbero essere incentivate a investire in prodotti più robusti e facili da riparare, prolungandone la vita utile e riducendo il ciclo di sostituzione. Il diritto alla riparazione è un concetto chiave.
    4. Incentivi per comportamenti virtuosi: Le piattaforme potrebbero premiare gli utenti che restituiscono i mezzi in buono stato, che li ricaricano o li parcheggiano correttamente, o che scelgono opzioni a emissioni zero.
    5. Integrazione con i sistemi esistenti: La vera sostenibilità emerge quando la sharing economy si integra fluidamente con le infrastrutture pubbliche. Il car sharing dovrebbe completare, non sostituire, il trasporto pubblico efficiente.

    In conclusione, la sharing economy ha un potenziale innegabile per contribuire a modelli di consumo più sostenibili. Tuttavia, affinché questa promessa si realizzi, è imperativo superare la narrazione semplicistica e affrontare i paradossi e le complesse implicazioni ambientali e sociali che la accompagnano. Come consumatori, la nostra responsabilità è quella di scegliere con consapevolezza, supportando le piattaforme che dimostrano un reale impegno verso la sostenibilità, e come cittadini, di chiedere politiche che garantiscano che la "condivisione" non diventi un mero pretesto per un consumo più rapido e, in ultima analisi, più distruttivo.

    L'autore

    Gian Luca Ranno - Fondatore di It's All Wrong
    Gian Luca Ranno

    Imprenditore, designer e innovatore. Fondatore di Gnammo e It's All Wrong. Mi muovo tra startup, sostenibilità e food tech per ripensare l'impatto delle filiere produttive globali.

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