
Greenwashing in Italia 2026: la Direttiva UE Cambia le Regole del Gioco
L'Italia ha recepito la Direttiva UE 2024/825 contro il greenwashing. Shein multata dall'AGCM, nuove regole per i green claims: ecco cosa cambia per aziende e consumatori nel 2026.
Il greenwashing non è più gratis
Fino a ieri, scrivere "eco-friendly" su un'etichetta era praticamente a costo zero. Nessun obbligo di dimostrarlo, nessuna conseguenza se era falso. Nel 2026, le cose sono cambiate.
L'Italia ha recepito la Direttiva UE 2024/825, nota come "Empowering Consumers for the Green Transition". Tradotto: se dici che il tuo prodotto è verde, devi dimostrarlo. Altrimenti, paghi.
Cosa dice la Direttiva UE 2024/825
La direttiva modifica due pilastri della tutela dei consumatori europei — le direttive 2005/29/CE (pratiche commerciali sleali) e 2011/83/UE (diritti dei consumatori) — e introduce regole precise:
- Divieto di claim ambientali generici come "ecologico", "green", "amico dell'ambiente" senza prove verificabili
- Divieto di etichette di sostenibilità auto-certificate: i marchi verdi devono basarsi su schemi di certificazione ufficiali o essere stabiliti da autorità pubbliche
- Divieto di pubblicizzare come "caratteristica" ciò che è un obbligo di legge (es. "senza CFC" — vietati da decenni)
- Obbligo di informare sulla durabilità: i produttori devono indicare la durata garantita e la riparabilità
- Divieto di obsolescenza programmata: vietato progettare prodotti per guastarsi prematuramente
Le sanzioni
L'AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) può comminare sanzioni fino a 5 milioni di euro o il 4% del fatturato annuo per le violazioni più gravi. Non più una pacca sulla spalla.
I casi concreti: chi è già stato multato
Shein: 5 milioni di multa (dicembre 2025)
Il colosso cinese del fast fashion ultra-economico è stato sanzionato dall'AGCM per claim ambientali vaghi, generici ed eccessivamente enfatici sul proprio sito web. Frasi come "impegno per la sostenibilità" e "riduzione dell'impatto ambientale" senza dati a supporto. La multa? 5 milioni di euro.
Il caso Shein è emblematico: un'azienda che produce milioni di capi a prezzi stracciati, con una supply chain opaca, che si presentava come "attenta all'ambiente". L'AGCM non ci è stata.
ENI: il precedente del 2020
Già nel 2020, l'AGCM aveva sanzionato ENI per la campagna "ENI Diesel+" presentata come "green". La multa di 5 milioni di euro stabilì un precedente fondamentale: chiamare "verde" un combustibile fossile è pratica commerciale ingannevole. Punto.
H&M: la class action globale
Nel 2022, H&M è finita sotto accusa in diversi paesi per le sue "Conscious Collections" — linee presentate come sostenibili con scorecard ambientali fuorvianti. In Europa, diversi garanti nazionali hanno avviato indagini, costringendo il brand a rivedere completamente la propria comunicazione green.
Come riconoscere il greenwashing: la checklist 2026
Con le nuove regole, hai strumenti più potenti per smascherare chi mente. Ecco cosa verificare:
🔴 Red flag — probabilmente è greenwashing se:
- Usa termini vaghi come "eco", "naturale", "green" senza specifiche
- Mostra un marchio verde auto-creato (non riconosciuto da enti terzi)
- Evidenzia un singolo aspetto positivo ignorando l'impatto complessivo (es. "packaging riciclabile" su un prodotto con filiera devastante)
- Pubblicizza come "novità" qualcosa che è un obbligo di legge
- Non fornisce dati, numeri, certificazioni verificabili
🟢 Segnali di credibilità:
- Certificazioni di terze parti riconosciute (B Corp, GOTS, Fair Trade, EU Ecolabel)
- Report di sostenibilità pubblici con dati misurabili e obiettivi temporali
- Trasparenza sulla supply chain: dove, come e da chi viene prodotto
- Ammissione dei limiti: nessuna azienda è perfetta, e le migliori lo dicono
Cosa cambia davvero per i consumatori italiani
La direttiva non è solo carta. Ecco gli effetti pratici:
- Più potere di denuncia: puoi segnalare claim sospetti all'AGCM, che ora ha strumenti più affilati per intervenire
- Etichette più chiare: dal 2026, le informazioni sulla durabilità e riparabilità dei prodotti diventano obbligatorie
- Fine dei marchi verdi fai-da-te: solo certificazioni ufficiali potranno apparire sui prodotti
- Diritto alla verità: le aziende devono poter dimostrare ogni claim ambientale con dati scientifici
Ma attenzione: il greenwashing si evolve
Le aziende più furbe stanno già passando dal greenwashing esplicito a forme più sottili:
- Greenhushing: smettere di comunicare per evitare rischi, nascondendo anche le buone pratiche
- Green-shifting: spostare la responsabilità sui consumatori ("fai la tua parte!") senza cambiare il proprio modello di business
- Cherry picking dei dati: selezionare solo le metriche favorevoli ignorando il quadro complessivo
Cosa puoi fare tu, oggi
- Usa l'app e i tool di verifica: piattaforme come It's All Wrong ti aiutano a capire l'impatto reale dei prodotti, oltre il marketing
- Segnala i claim sospetti: l'AGCM ha un modulo online per le segnalazioni. Usalo
- Cerca le certificazioni: EU Ecolabel, B Corp, GOTS, Fair Trade sono tra le più affidabili
- Fai domande scomode ai brand: "Dove producete? Con quali materiali? Qual è il vostro obiettivo di riduzione emissioni?" Se non rispondono, hai la tua risposta
- Condividi: il greenwashing funziona perché nessuno lo contesta. Ogni condivisione critica è un passo avanti
Il quadro completo
La Direttiva 2024/825 è un passo importante, ma non è la soluzione definitiva. L'UE sta lavorando anche alla Green Claims Directive (proposta separata), che introdurrà standard ancora più rigidi per la verifica scientifica dei claim ambientali.
Nel frattempo, la responsabilità resta doppia: delle aziende, che devono smettere di mentire. E nostra, che dobbiamo smettere di crederci senza verificare.
Il greenwashing non è un problema di marketing. È un problema di fiducia. E la fiducia, una volta persa, non si ricicla.
Fonti Verificate
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L'autore

Imprenditore, designer e innovatore. Fondatore di Gnammo e It's All Wrong. Mi muovo tra startup, sostenibilità e food tech per ripensare l'impatto delle filiere produttive globali.
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