
Biomasse: sostenibili davvero
Un numero su tutti per iniziare: entro il 2050, l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) stima che la bioenergia sarà la fonte di energia rinnovabile primaria a livello globale, fornendo circa il 2...
Un numero su tutti per iniziare: entro il 2050, l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) stima che la bioenergia sarà la fonte di energia rinnovabile primaria a livello globale, fornendo circa il 20% della domanda totale di energia. Una prospettiva che, a un primo sguardo, evoca scenari di un futuro più verde e sostenibile. Ma approfondiamo. Siamo davvero sicuri che queste "biomasse" siano la panacea che ci viene spesso presentata?
Il miraggio della neutralità carbonica: una narrazione da decostruire
La narrazione dominante promuove le biomasse come una fonte di energia "carbon neutral" perché la CO2 emessa durante la combustione verrebbe riassorbita dalle piante che ricrescono. Un ciclo virtuoso, no? La realtà è ben più complessa e, in molti casi, allarmante.
Un rapporto del 2021 del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, ad esempio, ha evidenziato come la contabilità della CO2 della combustione di biomassa sia spesso fuorviante. Bruciare biomassa legnosa, soprattutto legno proveniente da foreste mature, rilascia in atmosfera una quantità di CO2 per unità di energia prodotta superiore a quella del carbone in un intervallo di tempo rilevante per gli obiettivi climatici attuali (decine di anni). Questo perché il carbonio accumulato in alberi secolari impiega decenni, se non secoli, per essere riassorbito da nuove piante, un lasso di tempo che ci porta ben oltre il limite temporale per il contenimento del riscaldamento globale entro 1.5°C fissato dagli Accordi di Parigi.
Numeri che contano:
- Tempo di riassorbimento: La ricrescita di una foresta che possa riassorbire la CO2 rilasciata dalla combustione di biomassa richiede un periodo di 50-100 anni o più, secondo studi condotti dal WWF e dall'Environmental Paper Network.
- Emissioni immediate: La combustione di biomassa legnosa può rilasciare fino al 50% in più di CO2 per kilowattora rispetto al carbone e quasi il triplo rispetto al gas naturale al momento della combustione, come indicato da ricerche del Partnership for Policy Integrity.
L'impatto sulla biodiversità e l'uso del suolo: quando l'energia verde distrugge
Il problema non si limita alla contabilità del carbonio. L'espansione della produzione di biomasse per scopi energetici ha implicazioni dirette e spesso devastanti sull'ambiente naturale.
- Deforestazione e perdita di biodiversità: La crescente domanda di pellet di legno in Europa (il continente importa circa il 70% del pellet consumato, spesso da Stati Uniti e Canada) sta esercitando una pressione significativa sulle foreste. Negli stati del sud-est degli Stati Uniti, ad esempio, grandi porzioni di foreste di latifoglie sono state convertite in piantagioni di monocolture di pini a crescita rapida per l'industria del pellet. Aziende come Enviva, il più grande produttore di pellet di legno al mondo, sono state oggetto di numerose critiche per le loro pratiche di approvvigionamento, che, secondo organizzazioni come selvæ e Dogwood Alliance, contribuiscono alla distruzione di ecosistemi forestali cruciali per la biodiversità.
- Competizione per il suolo: L'utilizzo di colture alimentari (mais, canna da zucchero, olio di palma) per la produzione di biocarburanti solleva questioni etiche e sociali di notevole importanza. Questa pratica non solo devia risorse che potrebbero essere usate per la produzione alimentare, ma incentiva anche la deforestazione e la conversione di terre fertili in piantagioni intensive, spingendo prezzi alimentari e minacciando la sicurezza alimentare in diverse regioni del mondo. Si stima che l'equivalente di quasi 20 milioni di ettari di terreno agricolo, circa il 4% della superficie totale coltivata a livello globale, sia attualmente dedotto alla produzione di biocarburanti, secondo un report del Forum Economico Mondiale.
La supply chain globale e le sue ombre
La filiera delle biomasse è un groviglio di interessi economici e geopolitici, spesso opachi. Il trasporto di milioni di tonnellate di pellet di legno attraverso gli oceani per alimentare centrali elettriche in Europa vanifica, in parte, ogni pretesa di sostenibilità. Il carbonio rilasciato dalle navi cargo, l'energia impiegata per la lavorazione e la compressione del legno, tutto questo si aggiunge al "conto carbonio" finale.
Un esempio lampante è il Regno Unito, dove la centrale di Drax, un tempo la più grande centrale a carbone dell'Europa occidentale, è stata convertita per bruciare biomassa. Nonostante riceva miliardi di sterline in sussidi pubblici per la sua produzione di energia "rinnovabile", la maggior parte del pellet bruciato proviene dall'America del Nord, con un'impronta carbonica complessiva che, secondo alcuni studi (ad esempio quelli pubblicati su Nature Communications), potrebbe essere superiore a quella del carbone.
Un approccio critico ma costruttivo: cosa possiamo fare?
La biomassa non è intrinsecamente "cattiva". Il problema risiede nella sua scala e nel tipo di approvvigionamento. Esiste un potenziale sostenibile se l'uso è limitato a:
- Rifiuti e sottoprodotti locali: Scarti agricoli, residui forestali da pratiche di gestione sostenibile (diradamenti, potature), materiale organico di scarto proveniente da industrie alimentari o municipali. Questi rappresentano fonti di biomassa a chilometro zero che non competono con la produzione alimentare e non incentivano la deforestazione.
- Utilizzo su piccola scala e decentralizzato: Sistemi di teleriscaldamento alimentati da biomassa locale per comunità, non mega-centrali che richiedono approvvigionamenti globali.
- Biochar: La pirolisi di biomasse per produrre biochar può essere una soluzione promettente, in quanto produce energia e un residuo stabile (biochar) che, se reinserito nel terreno, può migliorare la fertilità del suolo e sequestrare carbonio a lungo termine.
Azioni concrete per il lettore consapevole:
Come consumatori e cittadini, il nostro impatto può sembrare piccolo, ma la somma delle nostre scelte fa la differenza.
- Informarsi criticamente: Non accettare passivamente le narrazioni del "verde" a prescindere. Cercate fonti affidabili, report scientifici e chiedetevi sempre: "da dove viene questa energia/prodotto?".
- Sostenere la vera economia circolare: Preferite prodotti realizzati con materiali riciclati o da filiere corte e sostenibili. La "cascata" del legno (prima uso strutturale, poi mobilio, poi cippato, infine combustione) è l'approccio più saggio. Bruciare legno di alta qualità è uno spreco.
- Votare con il portafoglio: Se avete la possibilità di scegliere un fornitore di energia, informatevi sulle loro fonti. Privilegiate chi investe in solare, eolico e idroelettrico sostenibile.
- Battere strade alternative: Se vivete in aree rurali, valutate l'installazione di stufe a legna o pellet solo se siete certi della provenienza sostenibile del combustibile, idealmente da residui locali certificati.
- Chiedere conto: Sollecitate i vostri rappresentanti politici a promuovere politiche energetiche basate su criteri scientifici rigorosi per la sostenibilità delle biomasse, indirizzando gli incentivi verso le fonti veramente rinnovabili e circolari. Le direttive europee necessitano di revisioni più stringenti sui criteri di "sostenibilità" della biomassa.
Le biomasse possono giocare un ruolo nel mix energetico futuro, ma il loro potenziale sostenibile è strettamente legato al tipo, alla provenienza e alla scala di utilizzo. Ignorare le complessità e le implicazioni negative del loro impiego massivo significa non solo non affrontare la crisi climatica, ma rischiare di aggravare la perdita di biodiversità e le disuguaglianze sociali. La transizione ecologica deve essere basata sulla scienza, sulla trasparenza e sulla responsabilità, non su facili soluzioni che celano problematiche ben più profonde.
L'autore

Imprenditore, designer e innovatore. Fondatore di Gnammo e It's All Wrong. Mi muovo tra startup, sostenibilità e food tech per ripensare l'impatto delle filiere produttive globali.
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